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venerdì 11 marzo 2011

Gnome Shell e Unity, battaglia senza quartiere



Aaron Seigo, a nome di KDE, avrebbe potuto essere l'arbitro, se non avesse buttato, anche lui, benzina sul fuoco nell'ultimo post, scrivendo dello scarso spirito di collaborazione dimostrato dal team di Gnome negli ultimi tempi.
Alle parole dello sviluppatore di KDE sono seguite quelle, assai più pesanti, di Mark Shuttleworth, che ha rincarato la dose sparando a zero sull'attuale leadership di Gnome incapace, a suo giudizio, di gestire in modo proficuo e maturo la competizione con Unity e colpevole di essersi arroccata su posizioni isolazioniste nei confronti degli standard riconosciuti dalla comunità.

domenica 24 ottobre 2010

Appunti di Kubuntu volume 2: Maverick Meerkat



L'ho installata con un po' di ritardo, come in ritardo procede tutta la mia vita in questo periodo, ma queste sono, evidentemente, altre storie.
Diverse sono le novità che accompagnano questa release e che, diciamolo subito, rendono decisamente convincente il lavoro di Riddel&Soci rispetto a quel che abbiamo visto solo sei mesi fa.



Start Kubuntu


L'installer rinnovato è il nostro primo contatto con la distribuzione.
Piuttosto chiaro e dall'aspetto gradevole, ci guida nell'installazione e configurazione del sistema, permettendoci di scegliere se aggiungere subito codec e plugin di terze parti e gli aggiornamenti, se disponibili.
La solita slide ci intrattiene per una ventina di minuti con una panoramica di quel che possiamo fare con Kubuntu già dal primo avvio.
L'unica nota davvero stonata è l'assoluto silenzio sul nuovo browser di default, Rekonq, del nostro Andrea Diamantini, di cui apprezziamo solo l'icona, mentre ci viene suggerito che installare Firefox o Google Chromium è abbastanza facile.
Infine, la traduzione nella nostra lingua è piuttosto buona anche se, inspiegabilmente, i Repository, sono tradotti alternativamente in Archivi o Depositi di software con una discrepanza di termini che potrebbe confondere un utente del tutto nuovo.
Ingenuità, certamente, che speriamo vengano corrette nei prossimi rilasci.

martedì 22 giugno 2010

Quali prospettive per il Tablet di Ubuntu?



Non sembrano essercene molte, in realtà, stando a quel che scrive Techthrob.com, mentre stila il solito leit motiv che sta decretando il successo dei prodotti Apple e potrebbe fare anche la fortuna di HP con WebOS, se a Palo Alto riusciranno a controllarne lo sviluppo.
Canonical, scrive l'articolista, è solo una società di software che ha interesse nel piazzare il suo prodotto sul mercato per una vasta gamma di dispositivi, senza curarsi dell'effettiva integrazione fra sistema e hardware, con la conseguenza di un'esperienza utente più deludente rispetto alla concorrenza: interfacce meno funzionali, autonomie più scarse, frustrazione generalizzata.

giovedì 13 maggio 2010

Canonical cala i suoi assi



Il nuovo tema, Light, è stato solo la punta dell'iceberg, l'evidenza che Canonical, in qualche modo, avrebbe cambiato passo.
Sono venuti, seguendo una escalation, probabilmente, studiata a tavolino, i Windicators e adesso Unity: ufficialmente una interfaccia Gnome espressamente pensata per i netbook, che, ufficiosamente, potrebbe influenzare lo sviluppo stesso di Gnome 3.
Shuttleworth dice, Shuttleworth fa e, soprattutto, Shuttleworth tenta di monetizzare gli investimenti degli anni passati che, bene o male, hanno consentito ad Ubuntu di diventare un marchio riconoscibile e conosciuto.
E proprio qui sta il punto.
La distribuzione sudafricana, cugina modaiola di Debian, é diventata un prodotto, da semplice linux per esseri umani che voleva essere.
Attorno ad Ubuntu ruotano diversi servizi con cui Canonical tenta di far quadrare i bilanci, Ubuntu One, per esempio, Ubuntu Music Store ed, in un futuro non troppo lontano, Ubuntu Software Center che, accanto alle applicazioni libere, potrebbe ospitare anche una sezione a pagamento.
Canonical è, oggi, nella posizione di chi non può, né vuole, più permettersi di rischiare le sperimentazioni e gli aggiustamenti successivi della comunità open source, non può aspettare la maturazione di Gnome 3 e, nello stesso tempo, non può pensare di restare ancorata a vecchi strumenti per un tempo indefinito.
Il pubblico è volubile e gli entusiasti di oggi diventano presto gli scontenti di domani.
Il fermento che è seguito al rilascio di Lucid Lynx, gli indizi seminati da Shuttleworth e, quindi, Unity, sembrano suggerire una precisa strategia tesa a mescolare quello che di buono bolle in pentola, idee e codice provenienti dalla comunità, con un progetto organico, quello di Canonical, che chiami a raccolta quanti vogliano sposarlo e farne parte.
Tutto resta open source, certo, come il buon Mark non smette mai di dire, ma il vantaggio di svilupparselo in casa, consentirebbe di mantenere un certo controllo e l'esclusività delle features, prima che gli altri distributori riescano ad integrarle sui propri sistemi, marcando, così, il divario fra Ubuntu e il resto della concorrenza.
Da collezione di strumenti quale era, la distribuzione moderna, secondo Mark, diverrebbe un collage (ragionato?) di tecnologie e la società di servizi dell'isola di Man, una bottega di Mecenate dove catalizzare idee e uomini che non trovano spazio adeguato nelle lentezze, i vincoli e le contraddizioni della comunità tradizionale.
Redhat permettendo¹.

note:

¹ - Gnome Shell é un progetto sponsorizzato da RedHat

lunedì 22 febbraio 2010

Ubuntu One Music Store: ma per chi?




Che Lucid Lynx potrebbe avere un suo Music Store non è una novità.
L'idea circola da tempo e, del resto, rientrerebbe in una precisa strategia di mercato attuata da Canonical, per fornire il cosiddetto valore aggiunto alla sua distribuzione.
Per valore aggiunto, intendiamo quel qualcosa in più che dovrebbe pesare nella scelta di un prodotto rispetto ad un altro.
Dopo Ubuntu One, il servizio di storage online, che ricorda molto da vicino Mobile Me e il cambio del motore di ricerca predefinito su Firefox per i nuovi utenti, che saranno accolti da Yahoo, Shuttleworth e soci proseguono il loro percorso per monetizzare gli investimenti intrapresi in questi anni, con lo scopo di trasformare l'affare Ubuntu in qualcosa di realmente remunerativo.
Così, imboccando un solco già tracciato da Apple, anche Canonical potrebbe provare a vendere musica trasformando Rythmbox (o forse Banshee?) nel suo iTunes.

Alla luce di questi movimenti, con una percentuale di diffusione piuttosto aleatoria, con partnership commerciali non del tutto chiare, è lecito chiedersi: a chi venderanno la loro musica?
Apple, che sembra stia diventando un modello economico per molti, per esempio, si è ritagliata un suo segmento e partendo da lì, sta aggredendo il mercato globale solo oggi, dopo un ventennio di nicchia.
Può contare su uno zoccolo duro di utenti e con i nuovi prodotti, soprattutto in ambito mobile, è riuscita a conquistarne altri.
I suoi servizi a valore aggiunto orbitano perlopiù attorno ad un hardware di riferimento, sia esso il Mac o iPod/iPhone ma, cosa più importante, i dati evdenziano che l'utilizzatore Apple dimostra una propensione a spendere che non si riscontra in altri ambiti.
Se lo scenario del successo è questo, Canonical cosa può mettere sul piatto della bilancia per allettare i suoi, eventuali, soci in affari?
Ubuntu, non è legata a nessun hardware in particolare, anzi spesso viene percepita e propagandata come una alternativa a (basso costo) Windows o Mac OS X, piuttosto che come sistema con una propria autonomia e identità, da installare sulle proprie macchine.
Esiste un cortocircuito comunicativo che promuove le sue applicazioni come sostituti o alternative a: Photoshop, Messenger, iTunes, Office, tradendo, se non una vera sudditanza psicologica, almeno una timidezza di fondo nel valorizzare i propri strumenti, nei confronti di prodotti sicuramente più blasonati.
E proprietari.
Quandanche esista un partner commerciale, come nel caso di DELL, la situazione é paradossale, con il colosso texano comunque interessato alla vendita dell'hardware e Canonical che, inspiegabilmente, non approfitta della vetrina per promuovere alcuna eventuale forma di supporto o servizio al suo prodotto di punta, che pure offre, anche a pagamento, rimpallando di fatto gli utilizzatori in difficoltà da un forum di appassionati all'altro.
L'utente tipo di Ubuntu, infine, nonostante lo slogan di Linux per esseri umani è ancora il geek smanettone che passa le sue giornate a provare software, per valutarne i progressi, ma senza usarlo mai seriamente, installandolo rigorosamente da terminale, perchè più pratico, e purgandolo subito dopo aver navigato 5 minuti fra i suoi menù, spesso impegnato nella redazione di guide su come cambiare il tema di default per renderlo simile a ...[Mac OS X?] o disquisendo su quanto andrebbe rivisto il design dell'icona del cestino, integrata nella barra, per renderla maggiormente ergonomica.
Questo utente, folgorato sulla via per Città del Capo dalla filosofia di Stallman sul software che dovrebbe sempre essere libero (dal peccato?), modificabile a piacimento, disponibile per tutti (non ha mai detto che debba essere gratis, ma deve essersi verificato un refuso quando lo scrisse, nero su bianco), che boicotta Mono perché sì, ma anche no, questo utente, mi chiedo, è disposto ad aprire il portafogli, per acquistare, oggi, un album o anche solo un singolo brano e domani, chissà, una applicazione, (open source, perchè no?) dal Gestore di Software?