mercoledì 2 novembre 2011

Quella strisciante sudditanza psicologica



Parliamo di Secure Boot, sì proprio la nuova tecnologia con cui Microsoft intende certificare i propri partner, quelli che installeranno Windows 8 sui loro prodotti, per salvaguardare l'utente da virus, rootkit, malware, trojan e compagnia bella.
Secure Boot, in buona sostanza, verifica che il sistema operativo installato sia autorizzato a funzionare sul vostro personal attraverso l'assegnazione di una chiave digitale che, potrei scommetterci, sarà a 256 bit.
Come potrei scommettere che il responsabile della crittografia sarà un chip denominato Trusted Platform Module, per gli amici TPM, che se andate a spulciare lo troverete anche da qualche parte nella vostra motherboard dove dorme da anni.
Lo chiamano Secure Boot, ma voi forse lo conoscevate come progetto Palladium, il nobile tentativo delle multinazionali di costruire computer sicuri, dove tutto quel che c'è è autorizzato e quello che non c'è potrebbe non essere installabile.
Ora, non si tratta di chissà quale novità, i TPM sono in giro da anni, ma soltanto adesso i tempi sembrano essere maturi per giustificarne l'implementazione su vasta scala.
E Microsoft naturalmente non s'è lasciata sfuggire l'opportunità.
Se quello che pensano a Redmond non mi sorprende, mi meraviglia assai la reazione della Linux Foundation ma soprattutto di Red Hat e Canonical.
Si parte da un assunto che, seppur condivisibile, è abbastanza aleatorio, la libertà di scelta dell'utente e per scongiurare l'uso di Secure Boot, le cui chiavi taglierebbero fuori la possibilità di installare un sistema operativo diverso da quello autorizzato, vengono snocciolate le procedure più assurde che mi sia capitato di leggere fino ad oggi in un prodotto destinato alla vendita e che vale la pena di annotare:
1 - il computer regolarmente acquistato viene venduto in una modalità setup che guidi l'utente nella scelta se attivare o meno Secure Boot.
2 - Inserire nel Bios la possibilità di disattivare Secure Boot

Non solo, Linux Foundation, come corollario a questi consigli, caldeggia lo sviluppo di un software di facile utilizzo che permetta all'utente di stabilire cosa autorizzare sul proprio personal.
Adesso, ammesso e non concesso che io sia effettivamente libero di scegliere, probabilmente se compro un PC Windows sarà per usarlo con quel preciso sistema operativo.
Come è improbabile che io abbia intenzione di comprare una Panda per metterci il motore di una Golf, non si capisce perchè io debba spendere dei soldi in un computer che non soddisfa le mie aspettative, tanto da doverci rimettere le mani in un secondo momento, e dover subire una stupida procedura di setup, zeppa di stupide domande di cui potrei tranquillamente ignorare il significato affidandomi alla celeberrima (Scelta Consigliata) rigorosamente fra parentesi tonde.
Se Linux Foundation, in fondo, non vende nulla e ci può stare una soluzione tecnica data da tecnici, mi coglie lo sconforto se penso che anche chi fa affari o tenta di portare a casa la pagnotta col pinguino possa avallare simili procedure ai danni dell'utente finale, in cui è lampante un ventennio di sudditanza psicologica nei confronti di chi detiene, di fatto, il monopolio del mercato, e contiene la velata ammissione che in tutto questo tempo non si è stati capaci di promuovere adeguatamente il proprio lavoro per affiancarlo nei grandi magazzini accanto alle offerte concorrenti dove, probabilmente, quello che non vuole nè Windows, nè Mac OS X avrebbe un'alternativa reale, che funzioni appena tirata fuori dalla scatola e senza doverci rimettere le mani a posteriori.
Se oggi Secure Boot è qui, non è solo per confermarci che Redmond (o Apple, fate voi) è il male assoluto, semmai ci ricorda che gli altri non sono stati buoni abbastanza.

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